Squarci
Una recensione che è un po' un'anticipazione
Dopo Quando ammazzarono i precari, torna in libreria Cristian Giodice con Squarci, una raccolta di short stories che sono istantanee di vita e ricordi. Come spiega bene in Le regole del gioco, che apre “Resti tra noi” l’ispirazione arriva improvvisa mentre si è in giro per la città, nasce da piccole cose che fanno molto viaggiare la mente. E l’idea di viaggio torna molto leggendo queste pagine che sono un esperimento di “scrittura da convoglio”, scrittura veloce che definisce un collegamento tra chi scrive e chi legge e che si esplica nella precarietà e velocità della vita di oggi. Una scrittura 2.0 che tiene molto allo stile, ricercato nel suo essere parlata quotidiana, aulico in certi momenti come certi pensieri sanno essere e che permette di percepire odori e corporeità, la fisicità che fa contraltare al gozzoviglio di emozioni che si addensano nella testa.
Squarci è composto da 5 serie di storie brevi (Settembrata, Portami a ballare un finale diverso, Resti tra noi, Moto a luogo e Barometro), di cui solo l’ultima è composta da inediti, le altre storie sono uscite nel tempo per Il cucchiaio nell’orecchio.
Rispetto a Quando ammazzarono i precari qui c’è una dimensione intima più scandagliata, una vena nostalgica che attraversa tutta l’opera e racconta del passare dell’età, della fine dell’epoca delle lotte in piazza per una difesa della democrazia che si fa più nel quotidiano difendendone i valori fondanti. Un passaggio che sempre smuove sentimenti mentre si capisce dove si sta andando.
Spesso nel viaggio si fatica a riconoscersi e allora si deve tornare a chi si è stati per capire dove si è finiti.
“Perché i mostri nella mia testa continuano, nonostante l’età, ad aizzarmi alla rivolta, nella ricerca spasmodica del godimento sfrenato”
Presente, passato e futuro si intrecciano, guidando il lettore su più fronti e lasciandogli il tempo per riflettere, grazie alla brevità degli squarci. Il tempo di una fermata di metro, poi si ragiona tutto il giorno su quanto letto.
Giodice vive pienamente lo slogan “il personale è politico” e di lì non si scappa, ogni nostra azione porta a una reazione. In “Resti tra noi” la dimensione politica si fa più evidente, si parla della situazione presente, quasi un volerla sviscerare per sentirsi meno soli, come nei bellissimi Giusto così e Ahimè. La parte più nostalgica del passato che vuole spiegare che siamo sempre noi è lasciata al racconto di via Lomellina, dove è cresciuto e ai bar che lo hanno accolto (Carburo e Stop a caratteri mobili).
Si intuisce nella lettura la necessità nel buttare fuori emozioni per distaccarsene e meglio comprenderle. Torna frequente l’idea di palcoscenico, un palcoscenico – quella della città – in cui tutti ci muoviamo ogni giorno: sudiamo, lavoriamo, ci incontriamo, ubriachiamo e facciamo sesso. Un palco fatto di emozioni e incontri, in cui la città è il Teatro di vita su cui passano gli anni a cui Giodice cerca di dare un senso cercando di togliere ogni perbenismo per arrivare alla radice pura dei sentimenti e delle emozioni.
La precarietà che ritorna con l’ansia che pervade la vita cui si cerca di trovare cura attraverso gli incontri – duraturi o fuggevoli, con persone o sostanze, con idee ed emozioni – cercando autoassoluzione perché in fondo:
“Sarete pur stati tutto ciò che avete raccontato ma, ahimè, in vita, avete anche rispettato, aiutato e lottato contro le ingiustizie terrene. Questo fa di voi, che vi piaccia o meno, delle brave persone”.
Come sapete dalla precedente recensione, Cristian è un amico ed è stato talmente pazzo da chiedermi di fargli da moderatrice alla presentazione del suo libro alla Libreria del Convegno in via Lomellina, 35 (e dove se no?) il 7 maggio alle 19. Siete tutti invitati, per scoprire che questo libro è molte altre cose, ad esempio si ride anche molto.
Ci vediamo il 7 maggio?

